MICROCEANO Scuderie del Castello di Miramare - Trieste 5 > 20 giugno 2021 Viaggio nell’invisibile marino
Microceano è un progetto di: Area Marina Protetta Miramare Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale - OGS Realizzato con la collaborazione scientifica di: Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli Unità Tassonomia degli Organismi Marini - MOTax Dipartimento infrastrutture di ricerca per le risorse biologiche marine - RIMAR in collaborazione con il Museo Storico e il Parco del Castello di Miramare con il patrocinio del Comune di Trieste con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia Curatori: Lorenzo Peter Castelletto, Rino Lombardi, Lisa Peratoner, Maurizio Spoto Opere e installazioni artistiche di: Isacco Alberti Niccolò Argenti Damiano Avoledo Cristiano Baggio Maurizio Corradin Mattia Cassaro Manuela Ceresoli Valérie Cortelazzi Silvia Patricia Mantoani Elisabetta Milan Elena Perco Sara Segantin Riccardo Sellan Massimo Spadari Giada Tonello Greta Vettori Simone Zoccante Immagini di: Rocco Auriemma (OGS), Alfred Beran (OGS), Diego Borne (OGS), Lorenzo Peter Castelletto (AMP Miramare), Federica Cerino (OGS), Tamara Cibic (OGS), Saul Ciriaco (AMP Miramare), Alessandra de Olazabal (OGS), Iole Di Capua (SZN), Tommaso Diociaiuti (OGS), Daniela Fornasaro (OGS), Alberto Gennari, Alenka Goruppi (OGS), Tea Juretić, Davide Lombroso (archivio AMP Miramare), Francesca Malfatti (UNITS/OGS), Andrea Montalbano (SZN), Marina Monti (OGS), Adriano Morettin (archivio AMP Miramare), Isabella Percopo (SZN), Manja Rogelja, Leonilde Roselli, Ugo Sacchi (SZN), Diana Sarno (SZN), Valentina Tirelli (OGS). Contributi scientifici di: Alfred Beran (OGS) Marina Cabrini (OGS) Bruno Cataletto (OGS) Federica Cerino (OGS) Saul Ciriaco (AMP Miramare) Domenico D’Alelio (SZN) Paola Del Negro (OGS) Maurizio Spoto (AMP Miramare) Valentina Tirelli (OGS) Hanno collaborato: Federica Nasi (OGS) Francesca Petrera (OGS) Si ringrazia il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste per il prestito di materiale scientifico e divulgativo
MICROCEANO Viaggio nell’invisibile marino Oltre il 70% della superficie del pianeta Terra è ricoperto dall’oceano. Eppure il “grande blu” è ancora per noi un universo misterioso e in larga parte inesplorato: i progressi scientifici e l’innovazione tecnologica ci hanno portato sulla Luna e a “sondare” persino la superficie di Marte, eppure dei fondali oceanici del nostro stesso pianeta noi oggi conosciamo appena una piccola parte, tanto che il mare ogni giorno ci riserva sorprese, dimostrando ancora una volta i limiti della nostra conoscenza. In questo mondo sommerso, quasi ermetico, c’è un “sotto-universo” di cui ancor meno si parla perché poco si sa. È il microscopico marino: virus, batteri e microrganismi che affollano i mari e le cui dimensioni micro, nano o picoscopiche sono inversamente proporzionali al ruolo ecologico che essi rivestono. La mostra “Microceano” si propone di portare l’”invisibile marino” fuori dai laboratori di ricerca e raccontarlo a tutti coloro che lo vogliono scoprire. Lo faremo insieme ai “vagabondi del mare”, gli erranti degli oceani, quegli esseri microscopici incapaci di contrastare le correnti del mare ma fondamentali per il funzionamento degli ecosistemi marini ed essenziali per la vita dell’uomo. Senza di loro, non saremmo qui a parlarne. Buon viaggio nel Microceano!
Cos’è il plancton e cos’hanno in comune i tantissimi e diversi organismi che ne fanno parte? Partiamo dal nome. Il termine “plancton” deriva dal greco “πλαγκττος” (planktos), che letteralmente significa “errante”, “vagabondo”, e identifica il comportamento “passivo” che questi organismi assumono nell’ambiente acquatico, incapaci di contrastare le correnti da cui si lasciano trasportare. Questo è l’unico elemento che accomuna tutti gli organismi planctonici; per il resto, è un mondo di biodiversità straordinaria. All’interno del plancton trovano posto infatti organismi diversissimi tra loro: unicellulari o pluricellulari, microscopici, nanoscopici o persino picoscopici (come virus e batteri), ma anche di notevoli dimensioni, come meduse e ctenofori. L’ombrello di alcune meduse può raggiungere anche un 1 metro di diametro, come quello di Drymonema dalmatinum, la medusa più grande del Mediterraneo, avvistata anche nel nostro Golfo. Gli organismi del plancton possono essere autotrofi (costruiscono il proprio nutrimento attraverso processi chimici) o eterotrofi (predano altri organismi) o persino mixotrofi (si nutrono in entrambi i modi). Alcuni organismi sono in grado di muoversi (anche se non si oppongono alle correnti), altri sono completamente “inermi”; alcuni nascono plancton e vivono lungo la colonna d’acqua rimanendo “vagabondi” fino alla fine dei loro giorni, altri abbandonano la vita errante per trascorrere l’età adulta ancorati al fondale. E se del plancton fanno parte anche specie di dimensioni ragguardevoli, è indubbio che esso sia davvero il regno del microscopico marino, formato da individui inferiori ai 0,2 mm, per non parlare dei batteri (inferiori ai 2 micron, ossia millesimi di millimetro) e dei virus (inferiori ai 0,2 micron). Un mondo invisibile ai più, eppure di straordinaria importanza per la vita. IL PLANCTON I vagabondi del mare Da sinistra a destra: Larva Eufausiaceo, foto di Iole Di Capua, MOTax - RIMAR - SZN Haslea silbo, foto di Isabella Percopo, MOTax - RIMAR - SZN , ” i ) ò - - 2 s
LE DIMENSIONI megaplankton macroplankton mesoplankton microplankton nanoplankton picoplankton femtoplankton Illustrazioni di Lorenzo Peter Castelletto da sinistra a destra: Coscinodiscus sp., foto di Alfred Beran, OGS Doliolo, foto di Alenka Goruppi, OGS >20cm 2-20 cm 0.2-20 mm 20-200 µm 2-20 µm 0.2-2 µm <0.2 µm
LA BIOLUMINESCENZA Il mare che arde di notte Da sinistra a destra: Noctiluca scintillans, foto di Federica Cerino, OGS Bioluminescenza a Grignano, foto di Lorenzo Peter Castelletto Il primo incontro tra l’uomo e il plancton è avvenuto attraverso l’osservazione di alcuni inspiegabili fenomeni luminosi notturni che si manifestavano sulla superficie del mare. Del “mare che arde di notte” si trova traccia in miti e leggende di oltre 3 mila anni fa e per secoli i popoli indigeni e i naviganti hanno interpretato la comparsa di strane luci iridescenti come una manifestazione degli dei. Le antiche popolazioni temevano la comparsa di questi fenomeni perché si erano accorte che l’ingestione di frutti di mare nei periodi di bioluminescenza provocava avvelenamenti anche letali. Le luci venivano perciò interpretate come un avvertimento degli dei a non consumare questi prodotti del mare. Oggi sappiamo che i responsabili della “bioluminescenza marina” sono in realtà organismi planctonici che si raggruppano a miliardi lungo le coste e ovunque la corrente del mare li spinga, dando origine alle cosiddette “fioriture fitoplanctoniche” o bloom. La specie bioluminescente più famosa è Noctiluca scintillans, detta anche “scintilla di mare”, un microrganismo unicellulare delle dimensioni di mezzo millimetro appartenente al gruppo dei dinoflagellati. Questo microrganismo contiene un pigmento rosso. Quando miliardi di Noctiluca si sviluppano e si raggruppano danno origine a una vera e propria “marea colorata”. Di notte, queste maree, diventano spettacolari strisce fosforescenti verdi o blu. La bioluminescenza si manifesta quando l’organismo viene stimolato meccanicamente da un fattore esterno: l’onda che si infrange sulla costa, l’avvicinarsi di un predatore, una mano che smuove le acque. A scatenare il processo è una reazione chimica che si svolge all’interno della cellula in organelli detti “scintilloni”: qui, grazie all’intervento dell’enzima luciferasi, l’energia chimica si trasforma in energia luminosa. Ed ecco la luce. C’è una spiegazione anche agli avvelenamenti che tanto preoccupavano i popoli antichi: alcuni di questi organismi, alla loro morte, rilasciano tossine che possono nuocere agli animali filtratori e ai loro predatori, e quindi anche agli esseri umani che se ne cibano.
“La magia vive nell’invisibile” Elisabetta Milan Totem in legno dipinto Il totem nelle culture primitive è un’entità soprannaturale e magica che cerca di rappresentare l’invisibile e la potenza insita nella natura. Quest’opera simboleggia la forza misteriosa e invisibile che in certe notti tinge il mare di blu e di rosso di giorno (fioritura). I due colori opposti rappresentano le due facce della stessa medaglia, dimostrando che in natura l’unità e la completezza sono frutto dell’unione degli opposti. Le forme dei singoli pezzi di legno recuperati in una segheria evocano parti di animali: code, piume, squame... che amalgamate assieme creano un’unica, magica figura, potente e ancestrale.
I BLOOM Quando il mare “fiorisce” Da sinistra a destra: Fioritura di Noctiluca scintillans a Grignano, foto di Lorenzo Peter Castelletto Fioritura di Noctiluca scintillans a Grignano, foto di Lorenzo Peter Castelletto La fioritura algale è un rapido aumento dell’abbondanza di microalghe che si verifica negli ambienti di acqua dolce o salata. Molto spesso aumenta una sola specie microalgale. Tale fenomeno dà origine a vistose chiazze colorate che si formano appena sotto la superficie dell’acqua. Questo grande aumento di microalghe viene descritto come “fioritura” o “bloom”. La clorofilla e gli altri pigmenti presenti nella cellula algale determinano il colore della fioritura, che può essere rossa, marrone, dorata, viola oppure verde, come quella provocata dai cianobatteri presenti negli ecosistemi di acqua dolce. L’origine dei cosiddetti bloom algali rappresenta una tematica molto discussa dai ricercatori. Una delle ipotesi più accreditate è che sia determinata dall’elevata concontrazione di sali nutritivi che si verifica a seguito di apporti da terra (scariche urbani, di lavamento dei terreni causato dalle piogge). È possibile che l’apporto di nutrienti derivi anche da fenomeni di upwelling: acque profonde che ritornano in superficie. Durante gli anni ‘80 del secolo scorso numerose fioriture algali hanno colorato il mare Adriatico. La riduzione del fosforo nei detersivi, e di consegenza la diminuzione di sali nutritivi che arrivano al mare, ha fortemente ridotto il fenomeno. La disponibilità di nutrienti, combinata alla grande velocità e capacità riproduttiva delle microalghe e associata al moto delle correnti che tende ad addensare gli organismi in alcune aree, dà origine al bloom. Per fortuna la maggior parte delle microalghe che danno vita a fioriture, non produce tossine. È noto infatti che alcune microalghe, che rappresentano un alimento per i molluschi producono tossine, in modo più o meno grave per l’uomo che si ciba di molluschi, per esempio di mitili, allevati soprattutto nelle zone costiere e in particolare nel Golfo di Trieste.
FITOPLANCTON Il respiro degli oceani Da sinistra a destra: Eucampia zodiacus forma cylindricornis, foto di Federica Cerino, OGS Lauderia annulata, Isabella Percopo, MOTax - RIMAR - SZN Fate un respiro. Ora fatene un altro. Per il primo dovete ringraziare le foreste che ricoprono la terra, per il secondo le “microforeste del mare”. Stiamo parlando del “fitoplancton”, la componente vegetale del plancton marino (dal greco Phyton, ossia vegetale), un insieme di organismi unicellulari dalle forme, dimensioni e specie diversissime tra loro ma accomunate da una caratteristica tipica degli organismi vegetali, compresi quelli terrestri: la presenza di cloroplasti nella cellula, piccoli organelli che contengono la clorofilla. Grazie a loro, il fitoplancton marino riesce a sfruttare l’energia solare, l’acqua e l’anidride carbonica per produrre le molecole organiche di cui si nutre. Questo importantissimo processo è la fotosintesi clorofilliana. Il fitoplancton assorbe quindi anidride carbonica e rilascia ossigeno. E non una quantità irrisoria: il fitoplancton marino produce infatti il 50% dell’ossigeno globale presente in atmosfera. Un respiro su due lo dobbiamo al mare. Avendo bisogno di luce solare per innescare il processo della fotosintesi, il fitoplancton tende a concentrarsi negli strati più superficiali della colonna d’acqua, fino a 200 metri di profondità. I gruppi più importanti del fitoplancton sono le diatomee, i dinoflagellati, i coccolitofori e altri più piccoli fitoflagellati, tutti microrganismi eucarioti, cioè in possesso di nucleo. Soltanto i cianobatteri, dal tipico colore blu-verde, sono procarioti (privi di nucleo strutturato). Le dimensioni di tutti questi organismi sono infinitamente piccole: si passa da 1 micrometro (un millesimo di millimetro) ai 2 millimetri, eppure nel loro insieme gli organismi fitoplanctonici costituiscono il 90% della biomassa presente negli oceani. Una biomassa che funge da nutrimento per i tantissimi microrganismi zooplanctonici, che a loro volta alimentano molluschi, crostacei e pesci, da quelli più piccoli a quelli più grandi, che a loro volta nutrono l’uomo. Il fitoplancton è l’innesco primario della maggior parte della vita marina, ma in fondo anche di quella terrestre, se consideriamo che i prodotti ittici sono una delle nostre principali fonti di proteine per molti popoli. Niente fitoplancton, niente pesce sul piatto.
DIATOMEE Il mare che arde di notte Da sinistra a destra: Chaetoceros affinis, foto di Federica Cerino, OGS Haslea silbo, foto di Isabella Percopo, MOTax - RIMAR - SZN Tra gli organismi più affascinanti del fitoplancton spiccano le diatomee, un gruppo importante di alghe unicellulari che popolano gli oceani e i corsi d’acqua di tutto il mondo, ma soprattutto le acque delle regioni artiche e antartiche. Vere e proprie regine di trasformismo, possono assumere tantissime forme: a nastro, a ventaglio, a zig-zag o a stella. Le loro dimensioni sono molto piccole e oscillano tra i 2 e i 200 micrometri. Una delle loro particolarità morfologiche è il frustulo, ovvero la parete cellulare composta da due gusci rigidi di silice, che si incastrano l’uno dentro l’altro. Il colore principale è il verde clorofilla, il pigmento tipico dei cloroplasti presenti all’interno di questi organismi eucarioti. Grazie al frustulo, alle peculiari forme geometriche e ai colori molto brillanti le diatomee vengono chiamate anche “gioielli del mare”. La loro bellezza, all’inizio del Novecento, grazie alle prime osservazioni al microscopio, ha ispirato diversi artisti. Ma sbagliereste a considerarle alla stregua di “accessori di bellezza”. Le diatomee sono una delle componenti dominanti del fitoplancton nelle acque costiere ricche di sostanze nutritive e danno vita alle fioriture oceaniche primaverili. Grazie alla loro capacità riproduttiva “spinta” rivestono un ruolo particolarmente importante nel funzionamento degli oceani: contribuiscono a circa il 45% della produzione primaria totale di materiale organico e producono un quarto dell’ossigeno del nostro pianeta. E come se non bastasse, ci forniscono anche benefici materiali. I depositi dei frustuli di diatomee, sedimentandosi sul fondale, hanno infatti creato una roccia sedimentaria friabile nota come diatomite, ampiamente utilizzata in agricoltura e nella produzione di vernici, abrasivi e persino dentifrici.
“Oceans’ breath” Massimo Spadari xilografia acquerellata Piccoli gioielli, semi di creature microscopiche. L’incessante lavoro continuo di queste piccole creature si distribuisce nell’acqua, arricchendola di vita e forza e tramite esso la nostra esistenza è possibile attraverso la produzione di ossigeno. Gioielli marini poiché hanno un valore inestimabile, pari solo alla loro bellezza. Verdi creature che si muovono nascoste ai nostri occhi incapaci di comprendere quanto questi esseri così piccoli possano essere così forti e determinanti.
COCCOLITOFORI Fioriture “spaziali” Da sinistra a destra: Helicosphaera carterii, foto di Isabella Percopo, MOTax - RIMAR - SZN Coronosphaera mediterranea , foto di Isabella Percopo, MOTax - RIMAR - SZN Un altro gruppo di organismi fitoplanctonici dalle caratteristiche molto curiose sono i coccolitofori: queste alghe unicellulari sono racchiuse da un guscio protettivo detto coccosfera, costituita da una serie di piastre o scaglie di carbonato di calcio chiamate coccoliti. A seconda delle condizioni ambientali e del ciclo di vita della cellula, la coccosfera può variare di spessore e costituzione. Possiamo immaginare i coccolitofori come delle cellule sferiche di diametro compreso tra 5 e 100 micrometri, mentre i coccoliti di cui sono composti raggiungono al massimo i 25 micrometri. All’interno di questa microalga è possibile scorgere due cloroplasti marroni che, circondando il nucleo interno, svolgono la fotosintesi, anche grazie alla trasparenza del carbonato di calcio di cui è composto l’esoscheletro. I coccolitofori sono quasi esclusivamente marini e presenti in tutti gli oceani, dalla zona tropicale a quella subtropicale, e le loro fioriture sono così estese da poter essere osservate anche dallo spazio. La specie più comune è Emiliania huxley, una vera icona per questo gruppo di organismi. Per i ricercatori che studiano il cambiamento climatico, l’analisi dei coccolitofori risulta molto importante: colture in laboratorio hanno infatti evidenziato che questi microrganismi presentano una rapida crescita e i loro esoscheletri possono assorbire una notevole quantità di carbonio disciolto nell’acqua, andando così a mitigare l’acidificazione delle acque marine. Con la sedimentazione di questi organismi, anche il carbonio che hanno estratto dall’acqua viene infatti sottratto all’atmosfera e stoccato nei sedimenti, contribuendo in maniera significativa alla diminuzione dell’effetto serra. Per centinaia di milioni di anni, gli esoscheletri di queste cellule calcificate sono caduti sul fondo dell’oceano, formando spessi sedimenti composti da microfossili. Nel corso dei secoli questi sedimenti si sono compattati, si sono sollevati dal mare e sono stati erosi, formando scogliere di gesso. Miliardi di questi microfossili sono oggi conservati nelle pietre calcaree di cattedrali e piramidi.
“Micron” Silvia Patricia Mantoani tecniche miste Siamo nell’ordine dei micron; piccole coccosfere di carbonato di calcio che si stratificano creando sculture diverse per ogni specie, complesse e di una biodiversità incredibile. Piccole, ma talmente concentrate da essere visibili dallo spazio durante le grandi fioriture fitoplanctoniche. L’intento è quello di suscitare lo stesso stupore degli antichi uomini, increduli di fronte alle iridescenze notturne dell’acqua. Ricreare la suggestione, entrando in un mondo che, seppur invisibile ad occhio nudo, è perfetto.
Dinoflagellati - Le alghe “mangione” Da sinistra a destra: Tripos euarcuatum, foto di Ugo Sacchi, MOTax - RIMAR - SZN Dinophysis tripos, foto di Daniela Fornasaro, OGS DINOFLAGELLATI Le alghe “mangione” I dinoflagellati sono un altro gruppo molto importante del fitoplancton. Il loro nome viene dai peculiari elementi anatomici di cui sono dotati, chiamati flagelli, che questi microrganismi utilizzano per muoversi all’interno del mezzo acquoso. Il movimento flagellare produce propulsione in avanti e anche una forza di rotazione, quasi fosse un timone (da cui il suffisso “dino”, dal greco “dinos”, ossia vorticoso). Le loro dimensioni variano dai 20 ai 150 micrometri, ma esistono forme “giganti” che arrivano ai 2 millimetri. Sono o nudi o coperti da un involucro protettivo, la teca, composto da placche di cellulosa. Hanno capacità di svolgere la fotosintesi ma alcune specie sono eterotrofe e altre “mixotrofe”, possono cioè nutrirsi in due modi: o attraverso la fotosintesi clorofilliana o ingerendo altri organismi planctonici, come batteri e protisti. E lo possono fare in diversi modi: creando un palium (un sacco extracellulare), all’interno del quale intercettano le prede, attraverso un peduncolo con il quale riescono a collegarsi alle prede e a estrarre le sostanze nutritive, oppure attraverso la fagocitosi. Potremmo insomma considerarli organismi a cavallo tra il regno vegetale e quello animale, un po’ come le ben più note piante carnivore terrestri. Tra di loro, l’organismo dalla fama più diffusa è indubbiamente Noctiluca scintillans, responsabile della marea rossa che ha colorato di arancione intenso ampie zone del Golfo e della costiera triestina nella primavera 2021. Le fioriture di questi organismi possono infatti essere molto estese e talvolta sono state riprese anche dai satelliti. Alcune loro fioriture, simili a quelle delle diatomee, possono presentare effetti tossici per altri organismi marini; inoltre, sottraendo l’ossigeno, possono essere causa di ipossie o anossie.
Isacco Alberti installazione plexiglass con alghe del genere Nannochloropsis Al microscopio i dinoflagellati apparirebbero trasparenti se non contenessero clorofilla. Dinophysis è mostrato ingrandito così come appare sotto al vetrino di un microscopio. È stato realizzato in materiali trasparenti e al suo interno è stata versata una soluzione contenente alghe vive del genere Nannochloropsis, in grado di effettuare la fotosintesi con la luce solare, ad imitazione degli organuli fotosintetici “acquisiti” che colorano l’interno di questi organismi in natura. Così l’opera funge da vivaio per i suoi ospiti che vanno a conferirle colore e visibilità. “Dinophysis sacculus”
I BATTERI Gli spazzini del mare Da sinistra a destra: Biofilm con diatomee in 3D, foto di Tamara Cibic, OGS Diatomee e batteri (in blu) in 3D, foto di Tamara Cibic, OGS Forse non ci avete mai pensato, ma quando ci tuffiamo in mare, nei 2 metri cubi d’acqua in cui ci immergiamo siamo in compagnia di un trilione di organismi. Fitoplancton e zooplancton, certo, ma soprattutto batteri. In un litro di acqua di mare si può trovare un bilione di organismi batterici. Sono pericolosi per l’uomo? Tutt’altro, sono di fondamentale importanza per lo sviluppo delle reti alimentari marine e quindi per tutti noi. Con il termine batteri identifichiamo genericamente tutti quegli organismi unicellulari di dimensioni comprese tra 0,2 e 2 micron (1 micron è 1 millesimo di millimetro), che non presentano un nucleo ma il cui DNA è distribuito nella cellula (procarioti). Tra i batteri ci sono moltissime specie - per ora gli scienziati ne hanno identificate più di 200 milioni! - e pertanto i procarioti hanno la diversità specifica più elevata al mondo. Ma qual è la loro funzione ecologica? I batteri rappresentano una connessione, un ponte. Nel mare viene dispersa molta materia organica: rifiuti alimentari, escrezioni, mute e altri elementi di scarto. La frazione più grande di questi scarti viene mangiata dagli organismi di maggiori dimensioni ma la parte più piccola, come le briciole sulle nostre tavole, andrebbe persa se non ci fossero i batteri a utilizzarla. Si tratta di uno degli ingranaggi essenziali della perfetta macchina di riciclo presente nel mare. I batteri sono capaci di “digerire” fuori dal loro corpo. Producono enzimi che, come piccolissime forbici, tagliano le particelle fino a renderle così piccole da poter entrare nella cellula batterica. In questo processo di sminuzzamento si liberano sali di azoto e di fosforo che vengono poi utilizzati dal fitoplancton. Come ponti connettono quindi il comparto dei rifiuti a quello dei produttori. Ma non è finita. I batteri sono comunque organismi e vengono predati da organismi eterotrofi più grandi. Più rifiuti, più batteri e quindi più alimento per i predatori. Ecco quindi un altro ponte tra il comparto dei rifiuti e quello dello zooplancton. E la rete alimentare così si organizza.
“Bacteria” Damiano Avoledo Illustrazione - inchiostro su carta Le illustrazioni sono formate da composizioni geometriche che vogliono ricordare i vetrini per microscopio, nelle quali si inseriscono alcune tra le specie batteriche marine e forme materiche indefinite, costruite con tecnica puntinistica, simboli della complicata ma affascinante analisi di questi organismi, che ricorda quella che interessa la materia oscura dell’universo.
Vi sembravano tanti un bilione di batteri in un litro d’acqua? Di virus ce n’è un biliardo: si calcola che la loro biomassa a livello mondiale equivalga a 75 milioni di balenottere azzurre. Sono termini che sfuggono alla nostra comprensione e immaginazione, ma ci aiutano a rendere un po’ meno “invisibile” questo micromondo brulicante che si nasconde nel mare. In questo caso, tuttavia, non si può parlare di organismi o di “esseri viventi”: i virus – le cui dimensioni oscillano tra 20 e 200 nanometri (milionesimi di millimetri) – vengono usualmente definiti come “entità biologiche”, in quanto non sono in grado di riprodursi se non all’interno di una cellula ospite. Come i batteri, anche i virus marini non sono dannosi per l’uomo: al contrario, sono di fondamentale importanza per regolare l’abbondanza di batteri presenti in mare e sono importanti per lo sviluppo della rete trofica marina. Il perché è presto spiegato: la maggior parte dei virus in mare sono batteriofagi, ossia infettano i batteri. Il virus si attacca alla parete del batterio e inietta in esso il proprio materiale genetico (DNA o RNA); poi utilizza l’apparato di replicazione dell’ospite per produrre nuove particelle fagiche, fino a far scoppiare la cellula. Al termine si disperde in grandi quantità nel mare andando alla ricerca di altri batteri. Ogni virus marino è specie-specifico, ossia infetta solo una specie di batterio: più precisamente, quello maggiormente presente nella zona in cui è presente anche il virus. Questo meccanismo è molto importante, sia per il virus, in quanto richiede che la cellula ospitante sia quella con il metabolismo più attivo e quindi maggiormente efficace in quel determinato ecosistema, sia a livello ecologico, in quanto permette di controllare la popolazione batterica, che diminuirà di numero dopo l’infezione virale. E quando i virus infettano e uccidono i batteri, rimettono in circolo i materiali contenuti nelle cellule innescando il riciclo delle sostanze organiche che rappresentano il substrato per lo sviluppo della rete trofica. Che si regge, dunque, sulle entità più invisibili del pianeta. VIRUS Alla base del mondo Da sinistra a destra: Batteri e virus marini, foto di Francesca Malfatti, UNITS/OGS Batteri e virus marini, foto di Francesca Malfatti, UNITS/OGS
“Hiv virus” Cristiano Baggio scultura con rame, stagno, calza argento, calza rame Nel mondo dell’infinitamente piccolo esistono anche i virus e questo in modo particolare presenta una cuspide a forma di icosaedro. Strano ma vero, la natura continua a relazionarsi con le regole della matematica per ottenere, sprecando il minimo di energie, i massimi vantaggi di sopravvivenza.
LA RETE TROFICA Il meccanismo perfetto Da sinistra a destra: “Cultura senza naura”, illustrazione di Alberto Gennari “Cultura senza naura”, illustrazione di Alberto Gennari A scuola avrete sicuramente studiato la catena alimentare: il carnivoro che mangia l’erbivoro, che mangia le piante, che si autoalimentano con la fotosintesi. In realtà, i rapporti che regolano le interazioni tra i vari organismi all’interno di un ecosistema sono un po’ più complessi, tanto che da qualche tempo gli studiosi, al termine “catena”, che suggerisce un processo lineare, preferiscono quello di “rete”. Per rete trofica si intende uno scambio di flussi di materia ed energia tra i componenti di un ecosistema: il raggiungimento di un equilibrio all’interno di questa rete permette lo sviluppo di un sano e florido ecosistema ricco di biodiversità. Se volessimo trovare un punto di inizio di questa rete, per semplicità potremmo indicare il fitoplancton. Le microalghe, che effettuano le fotosintesi, sono infatti alla base della rete alimentare marina: esse fungono da cibo per lo zooplancton (l’esempio più noto è il krill, che viene mangiato direttamente dai grandi mammiferi marini, come le balene). Ma il fitoplancton è il principale nutrimento anche di piccole larve di pesci, che successivamente vengono predate da pesci più grandi e così via fino a raggiungere i grandi carnivori marini come gli squali. Come abbiamo visto però, all’interno dell’acqua di mare si trovano anche miliardi di virus e batteri che hanno compiti ancora più importanti: i batteri, utilizzando le piccole particelle organiche createsi dagli scarti degli organismi più grandi, sono i veri riciclatori degli oceani, mentre i virus, infettando i batteri, rimettono in circolo grandi quantità di sostanza organica che viene nuovamente utilizzata dai batteri. Tutti gli organismi presenti nel mare sono quindi strettamente connessi gli uni con gli altri, e quando serviamo in tavola un’impepata di cozze o un trancio di salmone, anche noi siamo parte di questa rete. Ne siamo parte, ma siamo anche coloro in grado di compromettere questo perfetto meccanismo e portarlo alla rottura: lo facciamo mangiando troppi pesci carnivori come orate, tonni e salmoni (per non parlare degli squali, come verdesche, smerigli e spinaroli), lasciando così proliferare gli erbivori che andranno a impoverire il substrato vegetale, e introducendo così un elemento di squilibrio nel delicato ecosistema marino.
Valérie Cortelazzi installazione di alluminio, ferro, nylon La minuta misura del plancton e delle creature che lo compongono possono farlo apparire come un elemento insignificante. L’importanza che però esso assume all’interno della catena trofica lo rende fondamentale. Scintille di un viaggio che arriva fino a noi raccontate nella simbiosi con le onde del mare, nella dinamicità della loro natura, nella preziosità della loro essenza, in una serie di scelte scenografiche che ci permettono, per una volta, di vederne il vero valore. “Scintille”
LA COMUNICAZIONE Senti chi parla Da sinistra a destra: Stadi larvali di ctenoforo, foto di Alenka Goruppi, OGS Diatomee, foto di Federica Cerino, OGS Per quanto abbia rivestito un’importanza fondamentale nell’evoluzione dell’essere umano, la comunicazione non è certo una nostra prerogativa esclusiva. Ogni specie animale e persino vegetale ha i propri sistemi e le proprie strategie comunicative, e gli organismi microscopici marini non fanno eccezione. Alcuni studi hanno dimostrato che ci sono organismi planctonici in grado di comunicare attraverso segnali chimici: sostanze organiche che vengono rilasciate e scambiate con altri individui della propria specie e di specie diverse, con il fine ultimo di “dire” qualcosa. Un’altra forma di comunicazione sono i segnali luminosi. Molti organismi planctonici possiedono organuli sensoriali che permettono loro di notare le variazioni di luce: pensiamo alle fioriture bioluminescenti che attivano la reazione chimica solo quando vengono “infastidite” da un’azione esterna. Non è essa stessa una strategia comunicativa? Per alcune specie di zooplancton è il suono a svolgere un ruolo centrale: funge da importante canale di comunicazione tra gli individui, ad esempio durante le diverse fasi dell’accoppiamento, nell’aggregazione tra organismi della stessa specie e spesso come avvertimento di pericolo. Il suono permette di raccogliere una grande quantità di informazioni sull’ambiente circostante (la “scena uditiva”), fornendo una visuale in tre dimensioni dello spazio circostante il singolo organismo. In estate, se ci si immerge in acqua e si ascoltano attentamente i rumori subacquei, con un po’ di fortuna, si può sentire una sorta di crepitio costante: è il suono prodotto dalla rapida chiusura di una delle chele frontali dei piccoli gamberi schioccatori (o gamberi pistola), utile sia per l’alimentazione che per la difesa territoriale. Ogni forma di comunicazione, in qualunque modo si manifesti, ha l’obiettivo di tenere un individuo “informato” su quello che gli accade intorno e a fornirgli, alla fine, maggiori possibilità di sopravvivenza.
“Echo Migration” Riccardo Sellan Installazione sonora L’installazione è ispirata alla Diel Vertical Migration (DVM), la migrazione verticale dei microrganismi abitanti il mondo marino che in un ciclo di 24 ore si spostano tra la superficie e le profondità durante le fasi di alba e tramonto. L’ambiente sonoro di Echo Migration rivela questi microrganismi in continua comunicazione tra loro, immersi in un ecosistema virtuale: un dialogo sintetico quasi reale, abissale e impenetrabile.
LE MICROPLASTICHE L’invasione silenziosa Da sinistra a destra: Microplastica, 300 micrometri, foto di Valentina Tirelli, OGS Microplastica, 500 micrometri, foto di Valentina Tirelli, OGS Abbiamo visto che persino i virus marini, nonostante la paura che ormai ci provoca il solo sentirli nominare, sono essenziali al funzionamento degli ecosistemi e alla nostra stessa esistenza. Eppure, non tutto quel che è micro, nel mare, è “buono e bello”. Ciò che non è buono è quel che abbiamo introdotto noi: accanto ai microrganismi planctonici animali e vegetali, il mare è invaso da altre componenti pressoché invisibili, le microplastiche e le nanoplastiche. Particelle di diametro inferiore ai 5 millimetri, le microplastiche sono la dimensione più insidiosa e preoccupante di quell’enorme problema rappresentato dalla dispersione di rifiuti plastici nei mari e negli oceani del mondo. Sacchetti, bottigliette, materiali da imballaggio, rivestimenti da costruzione, recipienti, sfere di polistirolo, reti da pesca, tappi e cannucce: ogni anno nel “grande blu” si riversano 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici e persino la spiaggia protetta della riserva di Miramare ce ne restituisce ogni giorno una grande quantità. Ci vogliono centinaia di anni prima che un oggetto di plastica sia completamente degradato. L’oggetto non resta però immutato per tutto questo tempo: anno dopo anno, la plastica si disgrega in frammenti sempre più piccoli, fino a diventare a malapena visibili e osservabili solo al microscopio, o addirittura osservabili solo al microscopio. Le microplastiche nascono così, dalla frammentazione dei rifiuti macro, ma possono anche essere di origine primaria: pensiamo alle fibre tessili sintetiche che vengono rilasciate dal lavaggio o ai microgranuli dei prodotti cosmetici o alle microplastiche prodotte dallo sfregamento degli pneumatici o contenute nelle vernici e nei prodotti abrasivi industriali. Una volta in mare, queste sostanze vengono ingerite dalla fauna, dal più piccolo organismo planctonico fino ai più grandi mammiferi. Si è visto che i copepodi, crostacei zooplanctonici, possono intossicarsi nutrendosi di frammenti di plastiche di dimensioni inferiori al millimetro, scambiandole per il loro cibo naturale, microalghe o protozoi. L’accumulo delle microplastiche negli organismi marini non è una buona notizia nemmeno per noi: secondo l’ISPRA, dal 15 al 20 per cento delle specie marine che finiscono sulle nostre tavole contengono micro o nanoplastiche ed è appurato che le sostanze che rilascianosono capaci di interferire con il sistema endocrino umano.
“Aquarium 2020” Cristiano Baggio mattone di resina con rame, argento, diodi, vetro, plexiglass, valvole, acciaio, plastica, stagno, legno, led e trasformatore di corrente Il progetto “Aquarium 2020” rende visibile ciò che ad occhio “nudo” non si può osservare: il drammatico rapporto tra gli organismi planctonici e la quantità di particelle di plastica disperse nei mari. L’era che ci rappresenta oggi, chiamata antropocene, sarà testimone di cambiamenti climatici biologici terrestri di elevata entità. Complice, e non poco, l’avidità e la stupidità dell’uomo.
LO ZOOPLANCTON Animali in miniatura Da sinistra a destra: Candacia giesbrechtii, foto di Alessandra de Olazabal, OGS Larva megalopa di crostaceo, Alenka Goruppi, OGS Crostacei, meduse, ctenofori, salpe, e poi uova, larve e giovanili di pesci, di molluschi e di tantissimi altri organismi: il mondo planctonico animale (lo zooplancton), forse ancor più di quello vegetale, presenta una varietà di forme, colori e dimensioni davvero strabiliante. Tutti esseri erranti, incapaci - anche se dotati di movimenti propri - di contrastare le correnti da cui si lasciano trasportare. E così fra lo zooplancton troviamo chi rimane per tutta la vita “errante” (il cosiddetto oloplancton, a cui appartengono ad esempio copepodi e ctenofori) e chi (gli organismi appartenenti al meroplancton) crescendo diventa un organismo bentonico - come gli cnidari (che nella fase polipoide si attaccano al substrato) e le spugne - oppure un organismo pelagico, come i pesci. Anche quanto ad abitudini alimentari, la diversità è notevole. Gli erbivori, che di solito vengono identificati con il termine pascolatori, sono il contatto diretto tra il mondo animale planctonico e quello vegetale. Infatti, una gran quantità di diatomee e di altri organismi fitoplanctonici vengono consumati da questi erbivori, tra cui spiccano piccoli crostacei come il krill antartico e i copepodi. E che a loro volta vengono poi mangiati da altri organismi zooplanctonici carnivori, di dimensioni maggiori, che contribuiscono all’avanzamento delle interazioni all’interno della catena trofica. Un gruppo particolare è rappresentato dagli animali gelatinosi come meduse, ctenofori, salpe e sifonofori. Questi organismi dalla consistenza molle sono già molto presenti nei nostri mari, ma l’aumento delle temperature e gli squilibri nella rete trofica marina provocati dalla nostra dieta alimentare sembrano destinati a favorirne una progressiva proliferazione. Meduse e ctenofori, infatti, sono divoratori di uova e larve di altri organismi: abbattendone la capacità riproduttiva e sottraendo loro cibo, diventano temibili competitors per tantissime specie, anche di interesse commerciale.
“Genesi 1:3” Cristiano Baggio Installazione in plexiglass, alluminio, legno, acciaio, led e trasformatore di corrente Dopo tutte le catastrofi generate da uno stile di vita sbagliato dell’uomo, dettato da un sistema economico ormai non più sostenibile, siamo veramente consapevoli e pronti a fare un passo indietro e volgere lo sguardo con umiltà verso quel liquido che ha accolto e generato la vita e che occupa i due terzi dell’intera superficie del “nostro” pianeta? Il progetto Genesi elabora una nuova linea di pensiero e pone le sue riflessioni sulla nascita, la crescita e la consapevolezza dell’uomo immerso in un mondo d’acqua, affinché le nuove generazioni possano vivere e godere nel rispetto di un’evoluzione generata milioni di anni fa.
I COPEPODI I sequestratori di carbonio Da sinistra a destra: Euchaeta marina, foto di Iole Di Capua, MOTax - RIMAR - SZN Calanus helgolandicus, foto di Manja Rogelja, Acquario di Pirano I copepodi sono piccoli crostacei presenti in quasi tutti gli habitat di acqua dolce e salata. Sono il gruppo più abbondante dello zooplancton, con oltre 14mila specie, con dimensioni comprese tra 0,2 e 10 millimetri. Secondo alcuni scienziati, i copepodi formano la più grande biomassa animale sulla terra insieme al krill antartico, costituendo insieme l’80% della biomassa di zooplancton globale. Non tutti sono erbivori: si calcola che circa la metà fra tutte le specie di copepodi descritti siano parassiti. Si attaccano a pesci ossei, squali, mammiferi marini e molti invertebrati come molluschi, tunicati e coralli. Principale nutrimento di piccoli pesci e altri crostacei, sono un anello essenziale nella catena alimentare marina ma rivestono un ruolo molto importante anche per lo stoccaggio della CO2 sul fondo del mare. Il perché è presto detto. La necessità continua di cercare altri organismi di cui nutrirsi e al tempo stesso di sfuggire ai predatori, li ha portati a sviluppare una particolare strategia evolutiva: le migrazioni giornaliere. Di notte, sfruttando le tenebre che li aiutano a nascondersi alle migliaia di predatori, arrivano in superficie per pascolare e mangiare quantità enormi di fitoplancton: dalle 10 mila alle 100 mila diatomee o dinoflagellati al giorno, che catturano provocando delle correnti con le loro appendici e parti boccali o balzando improvvisamente sulle prede, che intercettano grazie a specifici segnali chimici. Di giorno invece, per nascondersi dai predatori, si dirigono verso il profondo blu fino a raggiungere i fondali marini, su cui si adagiano le mute dei loro esoscheletri e i loro granuli, intrappolando l’anidride carbonica. Grazie ai loro elevati tassi di crescita e alla loro distribuzione uniforme a livello globale, si ritiene che i copepodi contribuiscano più di qualsiasi altro gruppo alla produttività secondaria degli oceani del mondo e all’immagazzinamento dell’anidride carbonica, assorbendo circa 2 miliardi di tonnellate di carbonio all’anno: l’equivalente di circa un terzo delle emissioni umane di carbonio.
“L’evidente presenza dell’intangibile” Mattia Cassaro Video render, stampa 3d Il copepode qui rappresentato fa parte di un gruppo di piccoli animali che popolano anche il nostro Mar Adriatico; la loro presenza infatti è importantissima per l’ecosistema. Proprio per questo ho voluto rendergli omaggio svelandone le forme, difficilmente visibili a occhio nudo, con una lente d’ ingrandimento volta alla loro più semplice realtà.
IL KRILL Tra le balene e le diatomee Da sinistra a destra: Sinelobius sp., foto di Alenka Goruppi, OGS Larva fillosoma di crostaceo, foto di Tea Juretić, OGS Oltre agli “eroici” copepodi, lo zooplancton pullula di migliaia di altri crostacei. Tra questi, il più conosciuto è indubbiamente il krill, un gruppo di crostacei delle dimensioni di 1-2 centimetri, presente in tutti i mari del mondo ma maggiormente concentrato ai poli. La specie più abbondante è infatti il krill antartico (Euphasia superba), la cui ampissima diffusione si deve all’incredibile capacità riproduttiva della specie: ogni singola femmina è in grado di liberare nella colonna d’acqua dalle 7 mila alle 10 mila uova. Sebbene la popolarità del krill abbia a che fare con le splendide balene che se ne nutrono a tonnellate, la sua vita da preda è decisamente meno interessante delle sue abitudini da predatore. Nutrendosi di fitoplancton, uno dei suoi “piatti” preferiti è rappresentato dalle diatomee. Durante l’inverno, queste rimangono intrappolate nelle calotte glaciali e soltanto a fine primavera riescono a liberarsi dai ghiacci, dando il via a un enorme banchetto che segna idealmente l’innesco della rete alimentare marina. Il krill è dunque un elemento chiave della catena trofica: essendo un organismo erbivoro, è in grado di canalizzare la materia organica prodotta dal fitoplancton verso una grande quantità di organismi dell’ecosistema antartico come balene, foche, pesci, pinguini e cefalopodi. Ecco perché la pressione di pesca a cui è sottoposto - in paesi come Russia, Cile, Polonia e Giappone i pescherecci arrivano a prelevare dalle 300 alle 400 tonnellate giornaliere di questi crostacei, preziosi perché se ne estrae un olio essenziale ricco di Omega 3 - è una grave minaccia per l’intero ecosistema antartico. Accanto al krill, lo zooplancton annovera tantissime larve di crostacei, molto spesso difficilmente riconoscibili rispetto all’individuo adulto. Durante le loro diverse fasi larvali, come il nauplio o la zoea, questi microscopici organismi, con le loro appendici con cui fanno a pezzi le prede, e con i loro movimenti a scatti e ripetitivi per raccogliere le particelle di cibo attaccate alle loro setole, ricordano dei curiosi robot in miniatura.
“Rotore del mondo” Niccolò Argenti installazione con sculture in ferro, rame, plastica e nylon Robusti ma spogli Crostacei germogli Nati nel buio profondo Siete rotore del mondo.
Protozoi dal diametro compreso tra 0,1 e 0,2 mm, i radiolari sono organismi planctonici del tutto singolari. Sebbene siano eterotrofi (ossia ricavano il proprio nutrimento da altri organismi, come gli organismi zooplanctonici), ospitano al loro interno delle alghe simbiotiche, in particolare zooxantelle, che grazie alla fotosintesi forniscono la maggior parte dell’energia all’organismo radiolare, in cui trovano riparo e un ambiente nutritivo. Queste alghe vengono chiamate dai ricercatori “endosimbionti fotosintetici”, in quanto vivono con gli organismi che le ospitano una relazione che si può definire mutualistica, ossia di scambio reciproco di “favori”. Questo esempio di cooperazione cellulare sembra risalire addirittura al periodo giurassico, tra i 200 e i 150 milioni di anni fa, quando l’oceano era molto povero di sostanze nutritive e relazioni mutualistiche come queste erano essenziali per la sopravvivenza. I radiolari vivono in tutti gli oceani del nostro pianeta e si trovano soprattutto vicino alla superficie, dove possono dare origine a colonie di sfere gelatinose facilmente visibili dai subacquei. Sono molto apprezzati per i loro intricati scheletri minerali fatti di silice, che danno loro le sembianze di veri e propri gioielli. Queste forme silicee sono state di ispirazione anche per le opere di Ernst Haeckel, l’artista-scienziato vissuto a cavallo tra l’800 e il ‘900 e che ha condotto i primi studi su questi organismi, contribuendo alla loro conoscenza. Ma gli scheletri dei radiolari hanno soprattutto una rilevanza scientifica: la presenza dei loro fossili in sedimenti di oltre 500 milioni di anni è fonte di preziose informazioni sull’evoluzione dell’oceano e dei cambiamenti climatici I RADIOLARI Animali o vegetali? Da sinistra a destra: Sticholonche zanclea (ameba planctonica), foto di Marina Monti, OGS Sticholonche zanclea (ameba planctonica), foto di Marina Monti, OGS
“The Atlas of Radiolaria” Cristiano Baggio Acrilico, pastello, carta battuta a mano, lamina d’argento e cera lacca su tavola Nelle biomasse di origine marina si possono trovare delle alghe microscopiche, le diatomee e i radiolari, la cui origine viene datata a più di 230 milioni di anni fa. Questi splendidi organismi preistorici presentano una morfologia strutturale simile ai gioielli: il loro guscio siliceo mirabilmente traforato con forma di dischi, ellissi, rettangoli, losanghe, triangoli è simmetrico e questo in natura rappresenta un codice di identificazione e di comunicazione.
MEDUSE & CO Un mare di gelatina Da sinistra a destra: Cothyloriza sp., foto di Valentina Tirelli, OGS Aurelia sp., foto di Manja Rogelja Se è vero che lo zooplancton comprende al suo interno gli organismi più diversi tra loro, non stupirà che dai microscopici crostacei dotati di arti e chele passiamo a parlare di organismi capaci di raggiungere anche il metro di diametro, composti al 90% da acqua e dalla consistenza decisamente gelatinosa. Ebbene sì, anche le meduse - creature marine dalla pessima, ma spesso ingiustificata, reputazione - fanno parte dell’enorme gruppo dello zooplancton. E sono tra i pochi organismi planctonici che possiamo scorgere a occhio nudo: si pensi al Polmone di mare (Rhizostoma pulmo), protagonista nella primavera 2021 di una sciamatura di particolare intensità che ha portato migliaia di individui ad ammassarsi lungo le rive di Trieste, o alla Cassiopea mediterranea (Cotylorhiza tuberculata), che ogni estate ci affascina con i suoi colori e i suoi movimenti sinuosi. Eppure, la maggior parte delle 3.500 specie di meduse identificate è a malapena visibile. Sono esseri minuscoli, dalla raffinata bellezza e dall’appetito incontenibile, capaci di dilatare il più possibile il proprio corpo per riuscire a nutrirsi di qualche uovo o micro-crostaceo che erra ignaro nelle loro vicinanze. Ma il mondo gelatinoso è fatto anche di tanti altri organismi. Tra questi le Noci di mare (Mnemiopsis leidyi) - ctenofori alieni giunti in Mediterraneo con le acque di zavorra delle navi e che hanno invaso il Golfo, rendendolo un vero e proprio “mare di gelatina” - ma anche specie che ci sono sicuramente meno familiari, come salpe, sifonofori, dolioli e molte altre. Sconosciuti ai più eppure dal fascino incredibile: alcuni di questi organismi, in particolare le salpe e i sifonofori, sono in grado di formare lunghe colonie in cui i vari individui rivestono funzioni diverse, risultando di fatto un organismo unico. Singoli organismi della grandezza di qualche centimetro, detti zooidi, arrivano così a creare lunghissime catene di colonie. La balenottera azzurra sarà anche il più grande animale del pianeta, ma i più lunghi sono indubbiamente i sifonofori: le loro colonie possono superare addirittura i 30 metri di lunghezza. ma ooocella aia nea uoi caapcire ze. i di e di are me sti he gaidi, iano
“Creature del mondo gelatinoso” Simone Zoccante Opera di pittura digitale Dalle colorate e familiari meduse che popolano le acque dei nostri mari e che fluttuando sospese sembrano uscite da un sogno, alle enigmatiche salpe, esseri trasparenti e gelatinosi, così alieni esteriormente ma così imparentati a noi, in questo trittico vengono presentate alcune delle creature più iconiche e misteriose dello zooplancton gelatinoso.
Uova, larve e piccoli pesci - Planctonici a tempo determinato UOVA, LARVE E PICCOLI PESCI Plancton a tempo determinato Non tutti gli organismi che nascono planctonici muoiono planctonici, anzi. Uova, larve, piccoli pesci e altri organismi che vengono trasportati dalle correnti, disperdendosi lontano dai loro genitori, fanno i vagabondi solo per un determinato periodo di tempo. Il periodo planctonico coincide con i primi giorni di vita di questi individui che, nutrendosi e accrescendo la propria massa, ad un certo punto sono destinati a prendere, si fa per dire, altre strade: quelle del necton (a cui appartengono le specie pelagiche capaci di contrastare le correnti) o quelle del benthos, cioè della vita a stretto contatto con il fondale. Il primo è il caso delle uova e delle larve dei pesci (il cosiddetto ittioplancton). Le uova dei pesci hanno un diametro di circa 1 millimetro e quando si schiudono rilasciano organismi allo stadio larvale, che risultano molto differenti rispetto alla forma dell’adulto che diventeranno. Queste larve crescono rapidamente e cambiano aspetto e struttura grazie a un processo di metamorfosi. Se c’è un esempio che merita di essere citato è quello del pesce luna (Mola mola), abituale frequentatore anche del Golfo di Trieste. Il pesce luna ha il rapporto di crescita maggiore tra gli organismi marini, capace com’è di passare da una larva lunga pochi millimetri a un enorme pesce adulto che raggiunge i 4,2 metri di altezza e i 3 metri di lunghezza. Difficile, con la sua stazza, riuscire a immaginarlo come un minuscolo esserino planctonico in balìa delle correnti marine, ma tant’è. All’altro gruppo dei “trasmigranti” del mare, quello del meroplancton, appartiene un’ampia varietà di organismi marini che passano dalla fase planctonica a quella bentonica trovando cibo e nutrimento sui fondali marini o ancorandosi ad essi per tutta la durata della loro vita. Un esempio per tutti? I ricci di mare, che nelle diverse fasi metamorfiche cambiano aspetto in modo veramente unico, passando da minuscoli organismi sferici a piccoli esseri piramidali dalla forma simile ad una navicella spaziale che vagabonda nel mare planctonico, per ritornare infine alla forma sferica e ancorarsi definitivamente al fondale. Dei veri e propri trasformisti del mare. Da sinistra a destra: Uova di acciuga (Engraulis encrasicolus), foto di Diego Borme, OGS Larve di molluschi, foto di Alessandra de Olazabal, OGS
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