Dinoflagellati - Le alghe “mangione” Da sinistra a destra: Tripos euarcuatum, foto di Ugo Sacchi, MOTax - RIMAR - SZN Dinophysis tripos, foto di Daniela Fornasaro, OGS DINOFLAGELLATI Le alghe “mangione” I dinoflagellati sono un altro gruppo molto importante del fitoplancton. Il loro nome viene dai peculiari elementi anatomici di cui sono dotati, chiamati flagelli, che questi microrganismi utilizzano per muoversi all’interno del mezzo acquoso. Il movimento flagellare produce propulsione in avanti e anche una forza di rotazione, quasi fosse un timone (da cui il suffisso “dino”, dal greco “dinos”, ossia vorticoso). Le loro dimensioni variano dai 20 ai 150 micrometri, ma esistono forme “giganti” che arrivano ai 2 millimetri. Sono o nudi o coperti da un involucro protettivo, la teca, composto da placche di cellulosa. Hanno capacità di svolgere la fotosintesi ma alcune specie sono eterotrofe e altre “mixotrofe”, possono cioè nutrirsi in due modi: o attraverso la fotosintesi clorofilliana o ingerendo altri organismi planctonici, come batteri e protisti. E lo possono fare in diversi modi: creando un palium (un sacco extracellulare), all’interno del quale intercettano le prede, attraverso un peduncolo con il quale riescono a collegarsi alle prede e a estrarre le sostanze nutritive, oppure attraverso la fagocitosi. Potremmo insomma considerarli organismi a cavallo tra il regno vegetale e quello animale, un po’ come le ben più note piante carnivore terrestri. Tra di loro, l’organismo dalla fama più diffusa è indubbiamente Noctiluca scintillans, responsabile della marea rossa che ha colorato di arancione intenso ampie zone del Golfo e della costiera triestina nella primavera 2021. Le fioriture di questi organismi possono infatti essere molto estese e talvolta sono state riprese anche dai satelliti. Alcune loro fioriture, simili a quelle delle diatomee, possono presentare effetti tossici per altri organismi marini; inoltre, sottraendo l’ossigeno, possono essere causa di ipossie o anossie.
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