LA RETE TROFICA Il meccanismo perfetto Da sinistra a destra: “Cultura senza naura”, illustrazione di Alberto Gennari “Cultura senza naura”, illustrazione di Alberto Gennari A scuola avrete sicuramente studiato la catena alimentare: il carnivoro che mangia l’erbivoro, che mangia le piante, che si autoalimentano con la fotosintesi. In realtà, i rapporti che regolano le interazioni tra i vari organismi all’interno di un ecosistema sono un po’ più complessi, tanto che da qualche tempo gli studiosi, al termine “catena”, che suggerisce un processo lineare, preferiscono quello di “rete”. Per rete trofica si intende uno scambio di flussi di materia ed energia tra i componenti di un ecosistema: il raggiungimento di un equilibrio all’interno di questa rete permette lo sviluppo di un sano e florido ecosistema ricco di biodiversità. Se volessimo trovare un punto di inizio di questa rete, per semplicità potremmo indicare il fitoplancton. Le microalghe, che effettuano le fotosintesi, sono infatti alla base della rete alimentare marina: esse fungono da cibo per lo zooplancton (l’esempio più noto è il krill, che viene mangiato direttamente dai grandi mammiferi marini, come le balene). Ma il fitoplancton è il principale nutrimento anche di piccole larve di pesci, che successivamente vengono predate da pesci più grandi e così via fino a raggiungere i grandi carnivori marini come gli squali. Come abbiamo visto però, all’interno dell’acqua di mare si trovano anche miliardi di virus e batteri che hanno compiti ancora più importanti: i batteri, utilizzando le piccole particelle organiche createsi dagli scarti degli organismi più grandi, sono i veri riciclatori degli oceani, mentre i virus, infettando i batteri, rimettono in circolo grandi quantità di sostanza organica che viene nuovamente utilizzata dai batteri. Tutti gli organismi presenti nel mare sono quindi strettamente connessi gli uni con gli altri, e quando serviamo in tavola un’impepata di cozze o un trancio di salmone, anche noi siamo parte di questa rete. Ne siamo parte, ma siamo anche coloro in grado di compromettere questo perfetto meccanismo e portarlo alla rottura: lo facciamo mangiando troppi pesci carnivori come orate, tonni e salmoni (per non parlare degli squali, come verdesche, smerigli e spinaroli), lasciando così proliferare gli erbivori che andranno a impoverire il substrato vegetale, e introducendo così un elemento di squilibrio nel delicato ecosistema marino.
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