MICROCEANO

LA BIOLUMINESCENZA Il mare che arde di notte Da sinistra a destra: Noctiluca scintillans, foto di Federica Cerino, OGS Bioluminescenza a Grignano, foto di Lorenzo Peter Castelletto Il primo incontro tra l’uomo e il plancton è avvenuto attraverso l’osservazione di alcuni inspiegabili fenomeni luminosi notturni che si manifestavano sulla superficie del mare. Del “mare che arde di notte” si trova traccia in miti e leggende di oltre 3 mila anni fa e per secoli i popoli indigeni e i naviganti hanno interpretato la comparsa di strane luci iridescenti come una manifestazione degli dei. Le antiche popolazioni temevano la comparsa di questi fenomeni perché si erano accorte che l’ingestione di frutti di mare nei periodi di bioluminescenza provocava avvelenamenti anche letali. Le luci venivano perciò interpretate come un avvertimento degli dei a non consumare questi prodotti del mare. Oggi sappiamo che i responsabili della “bioluminescenza marina” sono in realtà organismi planctonici che si raggruppano a miliardi lungo le coste e ovunque la corrente del mare li spinga, dando origine alle cosiddette “fioriture fitoplanctoniche” o bloom. La specie bioluminescente più famosa è Noctiluca scintillans, detta anche “scintilla di mare”, un microrganismo unicellulare delle dimensioni di mezzo millimetro appartenente al gruppo dei dinoflagellati. Questo microrganismo contiene un pigmento rosso. Quando miliardi di Noctiluca si sviluppano e si raggruppano danno origine a una vera e propria “marea colorata”. Di notte, queste maree, diventano spettacolari strisce fosforescenti verdi o blu. La bioluminescenza si manifesta quando l’organismo viene stimolato meccanicamente da un fattore esterno: l’onda che si infrange sulla costa, l’avvicinarsi di un predatore, una mano che smuove le acque. A scatenare il processo è una reazione chimica che si svolge all’interno della cellula in organelli detti “scintilloni”: qui, grazie all’intervento dell’enzima luciferasi, l’energia chimica si trasforma in energia luminosa. Ed ecco la luce. C’è una spiegazione anche agli avvelenamenti che tanto preoccupavano i popoli antichi: alcuni di questi organismi, alla loro morte, rilasciano tossine che possono nuocere agli animali filtratori e ai loro predatori, e quindi anche agli esseri umani che se ne cibano.

RkJQdWJsaXNoZXIy MjQ4NzI=