MICROCEANO

LE MICROPLASTICHE L’invasione silenziosa Da sinistra a destra: Microplastica, 300 micrometri, foto di Valentina Tirelli, OGS Microplastica, 500 micrometri, foto di Valentina Tirelli, OGS Abbiamo visto che persino i virus marini, nonostante la paura che ormai ci provoca il solo sentirli nominare, sono essenziali al funzionamento degli ecosistemi e alla nostra stessa esistenza. Eppure, non tutto quel che è micro, nel mare, è “buono e bello”. Ciò che non è buono è quel che abbiamo introdotto noi: accanto ai microrganismi planctonici animali e vegetali, il mare è invaso da altre componenti pressoché invisibili, le microplastiche e le nanoplastiche. Particelle di diametro inferiore ai 5 millimetri, le microplastiche sono la dimensione più insidiosa e preoccupante di quell’enorme problema rappresentato dalla dispersione di rifiuti plastici nei mari e negli oceani del mondo. Sacchetti, bottigliette, materiali da imballaggio, rivestimenti da costruzione, recipienti, sfere di polistirolo, reti da pesca, tappi e cannucce: ogni anno nel “grande blu” si riversano 8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici e persino la spiaggia protetta della riserva di Miramare ce ne restituisce ogni giorno una grande quantità. Ci vogliono centinaia di anni prima che un oggetto di plastica sia completamente degradato. L’oggetto non resta però immutato per tutto questo tempo: anno dopo anno, la plastica si disgrega in frammenti sempre più piccoli, fino a diventare a malapena visibili e osservabili solo al microscopio, o addirittura osservabili solo al microscopio. Le microplastiche nascono così, dalla frammentazione dei rifiuti macro, ma possono anche essere di origine primaria: pensiamo alle fibre tessili sintetiche che vengono rilasciate dal lavaggio o ai microgranuli dei prodotti cosmetici o alle microplastiche prodotte dallo sfregamento degli pneumatici o contenute nelle vernici e nei prodotti abrasivi industriali. Una volta in mare, queste sostanze vengono ingerite dalla fauna, dal più piccolo organismo planctonico fino ai più grandi mammiferi. Si è visto che i copepodi, crostacei zooplanctonici, possono intossicarsi nutrendosi di frammenti di plastiche di dimensioni inferiori al millimetro, scambiandole per il loro cibo naturale, microalghe o protozoi. L’accumulo delle microplastiche negli organismi marini non è una buona notizia nemmeno per noi: secondo l’ISPRA, dal 15 al 20 per cento delle specie marine che finiscono sulle nostre tavole contengono micro o nanoplastiche ed è appurato che le sostanze che rilascianosono capaci di interferire con il sistema endocrino umano.

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